Il viaggio in rosa è terminato ieri. C’è un vincitore e ci sono dei vinti. La lancetta più piccola dell’orologio non ha fatto neanche un giro intero per racchiudere i tre campioni che sono finiti sul podio. Mentre per quasi tutti gli altri sono passati minuti, alle volte ore prima di tagliare il traguardo.

Ho seguito il Giro d’Italia per cinque giorni nella speranza d’imparare qualcosa che mi possa essere utile per il triathlon e anche nella segreta speranza di fare un po’ di fondo per alcune delle gare di qualificazione al campionato del mondo dell’UCI per granfondisti.

Ho anticipato i ciclisti presto il mattino, ripercorrendo quasi esattamente cinque tra le tappe più dure di quest’anno.

Gli 800 chilometri e i 9.000 metri di dislivello percorsi tra sabato e mercoledì scorso mi hanno portato da Torino a Tirano attraverso Oropa, Bergamo, il Mortirolo, lo Stelvio, e l’Aprica.

Ho percorso le strade dipinte di rosa, ho osservato un’Italia che non conoscevo, mi sono divertito a pedalare sulle ali di un’entusiasmo spotaneo, con compagni di viaggio inattesi e, nel giorno di riposo del Giro, dietro alla Sunweb in allenamento su e giù per la Val Camonica.

Ogni giorno, sulle strade del Giro, già alle 8 o alle 9 del mattino i bar di paese della bassa o le baite alpine fremono di tifosi. Donne, anziani e bambini attendono per ore per un applauso al campione in rosa. I colori brillano sulla strada insieme agli striscioni. Vincono gli eroi che non ci sono più, Pantani e Scarponi. Ma ci sono parole per tutti, anche per te che passi a velocità quasi dimezzata rispetto ai campioni.

Il Giro d’Italia è un grande festival della bicicletta. I professonisti che vanno a 50 all’ora sono solo la punta di un iceberg sotto il quale si muove un mondo, anzi il mondo.

C’è Jarek, cicloamatore polacco che sembra un giovane Woytjla, ma ha una moglie d’oro che lo segue in “ammiraglia” per tutte le ultime due settimane del Giro.

Ci sono Juraj e Katarina, due innamorati slovacchi che pensano il modo migliore per celebrare il proprio anniversario sia passare una settimana sulle dolomiti del Giro. Ovviamente pedalando.

Ci sono le squadre di dilettanti che fanno il Mortirolo due volte, e i ragazzini in mountain bike che per il Giro saltano la scuola.

L’apoteosi è lo Stelvio. Quello è il pellegrinaggio delle biciclette. Nuove fiammanti o vecchie d’antan, guidate da persone d’ogni genere e soprattutto numero. Anzi numeri. Tantissimi.

C’è chi ti supera perchè ha la bici elettrica e chi ti supera perchè è più allenato, ma poi tutti si fermano per pochi secondi ad applaudire i campioni o per molti minuti a spingere il gruppone.

Davide Cassani, che fra una telecronaca e qualche nota da selezionatore si ricorda di amici vecchi e nuovi, sostiene che il Giro porta a galla la parte buona dell’Italia. E non solo dell’Italia, aggiungo io.

Claude Marthaler, che di chilometri nella sua vita ne ha percorsi 260mila attorno al mondo e ha scritto qualche libro di poesia delle due ruote, dice che la bicicletta è come una magia.

E allora non importa se abbiamo respirato la magia delle ultime tre settimane per molte ore o per pochi secondi.

Per il campionato mondiale o per i triathlon futuri ci sarà tempo, ma quella polvere rosa produce sogni nella testa e benzina nelle gambe per molti mesi a venire.

by Francesco Candelari

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